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La costruzione è stata realizzata nel 1859 e prende il nome dal primo proprietario, che si chiamava Giuseppe Carabella,
probabilmente un notaio, ricco possidente. Infatti, oltre ad essere il proprietario della masseria,
possedeva anche tutti i terreni circostanti.
Strutturalmente la masseria è a corte con blocchi lineari. Si dice “a corte”,
perché ha la forma di un semi-cerchio o di un ferro di cavallo; i corpi di fabbrica
(case dei contadini, magazzini, stalle e quanto abbinato alla casa padronale)
erano allo stesso livello.
La casa padronale era alle spalle di questa struttura centrale, costruita successivamente.
Purtroppo adesso questa costruzione centrale impedisce di vedere la vecchia casa padronale,
che ha anche subito nel tempo diverse modifiche.
Dopo il 1924 la masseria è passata nelle mani del marchese Giovinazzi, che ne è stato il proprietario
fino alla riforma agraria (1953), allorquando gli furono espropriati diversi terreni
(nota dei redattori: su circa 6.000 ettari posseduti, al marchese furono espropriati oltre 3.200 ettari).
Con la riforma agraria, avviata dal Governo nazionale, furono espropriati diversi terreni ai vecchi
proprietari latifondisti (proprietari ognuno di migliaia e migliaia di ettari)
e dati in assegnazione ai contadini. In quel periodo si procedette anche alla bonifica dei
terreni
paludosi (come erano per esempio nel nostro territorio le aree intorno alla masseria “Borgo Perrone”, posta lungo la strada che dal ponte “D’Anela” porta al ponte sul fiume “Lato” ed alla stazione ferroviaria di Castellaneta Marina, attraversando lo svincolo della strada statale 106.
Con la riforma agraria questa masseria è stata suddivisa in tante piccole case. Una di queste è passata una cinquantina di anni fa (quindi da un paio di generazioni) alla famiglia che ne è tuttora proprietaria, insieme ai terreni circostanti.
Quando la masseria è stata costruita (nel 1859) i terreni circostanti erano per il
70% costituiti da boschi, macchia e seminativo, con la coltivazione del grano e del tabacco. Il resto veniva utilizzato per ottenere foraggio per
il bestiame (per lo più bovini e ovini, ossia mucche e pecore).
Eliminato il bosco, i terreni sono stati utilizzati per coltivare agrumi,
olivo e vite. Solo una minima parte è stata adibita a seminativo.
Gli agrumi sono utilizzati per le spremute e per le marmellate, mentre dalle olive (quasi tutte della varietà “coratina”) si ottiene l’olio.
La gran parte delle arance sono del tipo “Washington” (ossia con un nucleo di piccoli spicchi al centro) e solo in piccola parte
Tarocco dolce. Per le marmellate si utilizzano le arance Washington. Le coltivazioni sono di tipo
biologico, non vengono cioè utilizzati concimi chimici, ma solo concimi naturali.
In questa azienda anche per i vigneti si utilizza il metodo biologico: non vengono utilizzati concimi chimici, né anti-parassitari o pesticidi. Vengono usati soltanto concimi organici (letame e avanzi di frutta, verdura). Per difendere i frutti dagli attacchi dei parassiti si usano solo prodotti naturali, a base di zolfo e rame.
La vite ha un ciclo vitale completo: porta i frutti, poi si addormenta, successivamente viene potata, vengono cioè tolti i tralci (in dialetto detti “sar’mènd”) che non servono. Per ogni pianta vengono lasciati da due a quattro tralci.
La potatura viene effettuata a partire dall’autunno inoltrato fino alla fine dell’inverno, cioè da novembre fino a febbraio. Questa fase di lavoro è esclusivamente manuale (ma di elevata specializzazione, nota dei redattori). I tralci che vengono eliminati non servono alla pianta, ma sono utili per il terreno. Infatti vengono macinati e formano l’humus per il terreno. I tralci lasciati sulla pianta vengono ripuliti e su di essi vengono lasciati i cosiddetti occhi, da ognuno dei quali nascerà il nuovo tralcio verde. Ogni occhio porterà due grappoli d’uva. Dopo l’operazione di ripulitura i tralci vengono legati ai tiranti con un fil di ferro. Questa operazione va fatta con molta attenzione e quando non fa molto freddo, per evitare che si spezzino. I tralci si legano ai tiranti, in modo da poter reggere il peso dei frutti (ai rami di ulivo questa operazione non è necessaria, perché questi rami sono molto consistenti e riescono a reggere da soli il peso dei frutti).
La maggior parte della coltivazione della vite è a tendone. I rami sono fatti sviluppare in altezza (fino ad oltre due metri).
Nella coltivazione della vite a spalliera i ceppi appoggiano i rami su fili di ferro appositamente stesi in rapporto all’ampiezza del terreno coltivato. L’altezza massima non supera il metro.
La pianta ad alberello si regge da sola, come un “bonsai”, fino ad una certa altezza, determinata dal sistema di potatura utilizzato in proposito.
La pianta della vite in primavera comincia a germogliare ed in estate porta i frutti.
Per permettere lo sviluppo dell’uva c’è bisogno di innaffiare la pianta. Per assicurare l’irrigazione c’è un sistema automatico che preleva l’acqua da un pozzo e la distribuisce alle piante.
Quanto alla produzione, da un ettaro si ottengono sino ad un massimo di 80 quintali. Meno sono i grappoli sulla pianta, più è elevato il grado zuccherino dell’uva, più il vino sarà di buona qualità.La qualità dipende molto dal clima, dall’andamento delle piogge, ecc. Dalla coltivazione di uva da tavola si ottiene una produzione che varia da un minimo di 150-170 quintali ad un massimo di 300 quintali per ettaro.
L’uva (da vino) coltivata in questa azienda è Primitivo, Montepulciano,
Negramaro, Cabernet, Lambrusco. Le diverse varietà vengono utilizzate anche per fare i vari “tagli” di uva, miscelando le diverse qualità.
In questa zona l’uva da tavola più coltivata è la varietà “Italia”, mentre per quella da vino sono più diffuse le qualità “Primitivo” e “Negramaro”.
Il nostro clima permette di coltivare qualsiasi varietà, anche quelle francesi, tipo “Cabernet”, “Merlot”, “Savignon”.
L’uva da vino, una volta raccolta, viene “pigiata”, ossia spremuta, e “deraspata” (si toglie la raspa che mantiene gli acini). Gli acini e il succo, attraverso delle pompe , vanno quindi a finire nei
vinificatori, che sono dei serbatoi. Qui dentro, ad una temperatura di 2-3 gradi, avviene la fermentazione: gli zuccheri presenti nell’uva vengono trasformati in alcool. La temperatura è costantemente tenuta sotto controllo. Il processo dura qualche giorno, per fare arrivare il grado zuccherino a zero gradi. Dopo la fermentazione l’impasto di succo e acini viene messo sotto la pressa o torchio. Dopo la pressatura, si ottiene il mosto (ossia un vino non ancora maturo, comprensivo anche di un residuo feccioso, solido. Il mosto viene quindi messo a riposare nei serbatoi. Il liquido buono (il vino) viene su, mentre il residuo feccioso, più pesante, va giù. Dopo alcune settimane (intorno alla metà di novembre) il mosto diventa vino (un antico proverbio precisa infatti che “a San Martino (11 novembre) ogni mosto diventa vino”.
Con l’arrivo dei primi freddi si procede alla sfecciatura del vino. Il liquido viene così separato dalla feccia, che viene destinata alle distillerie. La sfecciatura viene effettuata due volte. A questo punto il vino può essere bevuto come vino novello oppure va in invecchiamento (da sei mesi ad un periodo più lungo) o in serbatoi o nelle botti. Dopodichè viene imbottigliato e viene stivato in magazzino.
Tutta la fase dell’imbottigliamento e della maturazione del vino viene controllato dall’enologo.
Approfondimento sulla vite a tendone
L’impianto del tendone è piuttosto impegnativo (a livello di lavoro e soldi necessari alla sua realizzazione). Prima si piantano le piantine selvatiche (cosiddette
barbatelle), poste ad una distanza di due metri e mezzo l’una dall’altra. Dopo un anno si effettua il cosiddetto “innesto”: si taglia la barbatella, innestando un pezzo di tralcio di vite della varietà prescelta. La barbatella diventa così vite. Accanto ad ogni barbatella si pianta nel terreno un palo dell’altezza di 2 metri. Contemporaneamente su tutto l’appezzamento si stendono, in modo orizzontale e verticale, ad un’altezza di 2 metri, dei fili di ferro in modo da formare un reticolato. Il reticolato si incrocia in corrispondenza di ogni palo. Alla fine ed all’inizio di ogni fila (filare) di piante vengono posti tre pali unitamente a dei tiranti in ferro, ognuno fissato a terra con dei grossi tufi. Tale meccanismo serve per mantenere in tensione tutto il sistema del reticolato in ferro, impedendo che caschi a terra sotto il peso dei frutti (si pensi che ogni pianta di uva da tavola produce in media 15-20 kg. di uva. Dato che in un ettaro di vigneto a tendone sono presenti all’incirca 1.600 piante, si deduce che l’impianto del tendone dev’essere in grado di reggere ogni anno anche più di 300 quintali di uva (oltre al peso dei rami).
Man mano che cresceranno, i rami delle piante saranno legati sul reticolato in
ferro, che in estate sarà completamente coperto di foglie verdi, che formeranno
un “tendone”.
La provincia di Taranto può essere suddivisa in tre parti: la Murgia alta (oltre i 400 metri sul livello del mare), la fascia della
pre-Murgia (da 350 metri fino a 50-80 metri) e la pianura jonica, la più prossima al mare.
La pianura è piuttosto estesa e va dai terreni vicino Ginosa (la parte più a ovest) fino a Taranto, ove è attraversata dal fiume Tara. Come altitudine la pianura si sviluppa da 50 metri sul livello del mare fino a 0 metri, in riva al mare.
La pianura jonica ha una particolarità: a sud è sbarrata da un sistema di dune (colline di sabbia che raggiungono i 15 metri di altezza) ed è coperta dalla più grande pineta naturale, spontanea (pini d’Aleppo) del Mediterraneo. Di questo sistema fa parte la riserva biogenetica della “Stornara” (ricca di semi di pini d’Aleppo) che appartiene allo Stato. La pianura è inoltre attraversata da una decina di “lame” e da quattro fiumi:
Bradano, Lato, Lenne e Tara.
Cento anni fa in questa pianura erano presenti diverse paludi, successivamente bonificate.
Di queste palude ne sono rimaste solo due: lago Salinella a Ginosa e palude della Vela
a Taranto.
Prima delle bonifica le paludi costituivano un serio problema, perché nelle zone impaludate era presente la malaria, trasmessa dalle zanzare che vi vivevano e deponevano le uova. La malaria era una malattia che spesso portava gli esseri umani anche alla morte. Per capire la gravità di quella malattia occorre tener presente che, ad esempio, un’altra zona d’Italia in cui erano presenti le paludi era l’area del Circeo (Lazio meridionale), ove c’erano le cosiddette paludi Pontine, chiamate anche “valle dell’inferno”.
Tornando al nostro territorio, va evidenziato che la Pianura Jonica è stata completamente trasformata, passando dalla presenza di boschi e paludi ad un’agricoltura intensiva (con la coltivazione di vite, agrumi e olivo). La viticoltura produce sia uva da tavola che uva da vino.
La masseria che stiamo visitando oggi ha una struttura tipica: zona chiusa da due ali, con un ingresso davanti che può essere chiuso, come una specie di fortificazione.
Nella corte si svolgeva una buona parte dell’attività della masseria. E’ qui si mettevano ad essiccare il grano, il mais. La vita della masseria si svolgeva soprattutto all’esterno.
(a cura di Valerio ed Eliana Rubino)
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